Il processo psicoterapeutico
La psicoterapia, così come è comunemente intesa nel nostro contesto culturale, è superata, perché essa fa riferimento ad un concetto di normalità e di ritorno ad una normalità accettata dai più. Sebbene essa presupponga un margine di diversità ed una posizione di ascolto e di apertura empatica, si muove comunque sui binari della norma.
Invece non esiste una normalità e nessuna maggioranza simile può imporla. Esiste solo uno stato di benessere e uno di malessere, e la cosa più importante è il continuo passaggio dall’uno all’altro: questo provoca movimento ed evoluzione. Ciò che prima era un pieno e ci soddisfaceva, improvvisamente diventa un vuoto e non ci soddisfa più. Per questo siamo sempre alla continua ricerca di altro e di altro e di altro ancora. L’Universo è così immenso che c’è sempre altro da scoprire e da raggiungere.
Sarebbe troppo chiedere agli uomini di passare per propria volontà dal benessere al malessere, sarebbe una prova troppo ardua, e allora provvede il divino. Agli esseri umani spetta il compito di passare dal malessere al benessere, per far continuare a girare la ruota evolutiva. Questo è lo scopo della psicoterapia: essa aiuta a sradicare l’uomo e la donna da uno stato di immobilità nociva. È l’immobilità che nuoce, non il dolore in sé.
Essendo i tempi in rapida evoluzione, anche la psicoterapia, cioè il modo in cui si interviene per attuare un cambiamento, deve essere velocizzato. Le parole attuano un cambiamento lento e progressivo; lavorare con l’energia, invece, permette dei salti rapidi di trasformazione.
La sofferenza, vista in questo contesto, è una delle forze energetiche in grado di operare, se correttamente compresa, una grande evoluzione individuale e collettiva. Per questo non va cancellata ma interrogata, e per fare questo occorre lasciarla esprimere totalmente, fino alla sua ultima goccia.
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Riconoscere e interrogare il dolore
Per ogni sofferenza non c’è solo una domanda, perché il dolore che gli esseri umani avvertono non è altro che lo strato più superficiale di una sofferenza più antica nel tempo e più articolata nella sostanza. Così le domande su di essa sono molteplici e molto articolate, ed è solo incominciando a sfogliare uno strato dopo l’altro che si può arrivare al nucleo centrale e reale della carenza e del bisogno insoddisfatto, quello che ha tratto a sé tutti gli strati successivi.
Quando in una situazione apparentemente perfetta, o che noi crediamo tale, diamo ascolto alla sofferenza inspiegabile che sentiamo nel cuore, qualche catena costruita dagli uomini, dalla società, dalla cultura, dal tempo, qualche catena considerata naturale e a volte addirittura nell’ordine di Dio, improvvisamente si rivela ai nostri occhi per quello che è.
Perché è vero che la divinità è gioia ed è vero che se seguiamo le leggi divine c’è un fluire ininterrotto di vita e di cambiamento, di espansione e di crescita, ma nella dimensione della Terra fare questo è altamente difficile, e la sofferenza è la spia rossa che ci permette di individuare fraintendimenti ed errori.
Per questo riconoscere il dolore è il primo passo, necessario per mettere in moto tutte le nostre facoltà per nutrire quell’aspetto che, di volta in volta, si riesce a interrogare. Perché se abbiamo sete forse è il caso che cerchiamo l’acqua, non la visione di un bel paesaggio.
Giuseppina Morrone
psicologa transpersonale e channeler
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